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    Kipling Lara

    Praga, Repubblica Ceca

    30

    Apr

    2016

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    Mefite la porta dell’inferno....
    83050 Rocca San Felice AV, Italia - 0.67 Km
    Nessuna immagine da visualizzare

    " Est locus Italiae medio sub montibus altis, nobilis et fama multis memoratus in oris, Ampsancti valles.... " " Vi è un luogo al centro dell'Italia circondato da alte montagne, famoso e celebre in ogni posto: la valle d'Ansanto…." Versi 563-565 del VII Canto dell'Eneide di Virgilio Se scendi vicino al lago e ti fermi a guardare, intorno vedrai un biancore di terra arida accentuata da chiazze gialle. Non c'è segno di vegetazione se non lontano. Qui predomina il rumore dell'acqua che "ribolle" sotto la spinta di una colonna ascendente di gas compresso che soffia sotto il lago, altrove soffia da buche grosse, altrove ancora da forellini quasi invisibili. Perciò è rumore in qualche modo armonico, che va dal rauco al sibilo. Ma non è un soffio innocuo. Lo zolfo, nelle sue diverse componenti, le fa da padrone. Una eccessiva imprudenza potrai pagarla cara: un leggero brivido ti bloccherà il passo e potresti cadere senza possibilità di scampo. La gente dei dintorni racconta dei casi di morte e taluni si sono verificati soltanto pochi anni addietro. Per comprendere bene il significato della Mefite, occorre partire dai secoli XI-X A. C., quando, gli Oschi (o Osci o Ausoni), erano stanziati a sud dell'Umbria. L'espansione Etrusca, unitamente alla crescita demografica degli Oschi (o Osci), indusse alcune loro tribù a muoversi lungo l'Appennino in direzione sud. Lo destinazione finale non era predefinita, nel senso che non veniva decisa a priori, ma dipendeva dalla direzione presa dall'animale-guida: per quella parte che prese il nome di Sanniti fu il cinghiale, per gli Hirpini fu il lupo (hirpus). Una parte degli Hirpini, giunse alla Mefite, che si vede nell'immagine, che elesse come nuovo luogo di stabilimento, creando villaggi (vici) e casolari di campagna (pagi), riunendosi per motivi difensivi e per eleggere i magistrati. Poichè il contesto ambientale presentava caratteristiche alquanto dure per la vita umana, oltre che "misteriose", gli Hirpini, che veneravano la Dea Giunone Mefitide, come le altre popolazioni italiche di quasi tutta l'Italia meridionale, cominciarono ad immolare animali in favore della divinità e ad offrirle in dono preziosi beni personali, onde accattivarsene la protezione. Col passare dei secoli, la diffusione di racconti che riportavano accadimenti "straordinari" attrassero sempre più credenti verso la valle sacra alla Dea Mefite. Fu così che le venne dedicato un Santuario, visto che i fenomeni naturali della Mefite venivano interpretati come prova evidente del potere della Dea, in grado di proteggere i fedeli, uomini, donne, guerrieri, pastori, agricoltori. I resti del tempio, già individuato dal Santoli verso il 1780, vennero alla luce a seguito di scavi archeologici compiuti negli anni '50 e '60 di G. O. Onorato e le successive di B. D. D'Agostino e I. Rainini, restituendoci oggetti d'ambra, oggetti d'oro, argento e bronzo, statuette, ceramiche, monete ed ex-voto (es. mani e piedi votivi), armi in ferro e bronzo, vasellame, oggi visibili presso il Museo Irpino di Avellino. Si tratta di una testimonianza "corposa" della cultura figurativa italica, dall'epoca sannitica (leggasi hirpina), all'influsso ellenistico sino alle soglie della romanizzazione. Il Santuario dovrebbe essere stato edificato verso il VII secolo A. C., come dimostrato dalle statuette in bronzo e in terracotta di "Marte stante", con caratteri marcatamente arcaici e riconosciuti come osche (quindi hirpine). Particolare importanza rivestono le Xoane, statuette lignee del VI-V secolo A.C. giunte integre fino a noi grazie all'azione mineralizzatrice svolta dai gas solforati sprigionati dalla Mefite. Presso il Museo Irpino sono custodite 16 Xoane, di cui la più grande (168 cm) è ritenuta raffigurante la Dea Mefite. Il V ed il IV secolo A.C. furono il periodo di maggiore prosperità e crescita del Santuario, a cagione del contatto con le regioni limitrofe (di questo periodo, infatti, è la notevole produzione dei reperti recuperati rappresentati da statuette ed altri oggetti votivi). A partire dal III secolo A.C. iniziò la decadenza, comprovata dall'esiguità dei reperti riferibili a tale periodo. Ciò ha una chiara giustificazione storica: gli Hirpini, alleati degli sconfitti Cartaginesi, vennero duramente puniti dai Romani vincitori e conquistatori. Alla data del 209 A.C., anno della resa degli Hirpini, le guerre avevano impoverito e spopolato l'Hirpinia, il che spiega la decadenza del Santuario dedicato alla Mefite, che venne totalmente abbandonato tra il II ed il III secolo D.C. con l'affermazione del Cristianesimo. Il sito "Ampsanctus" o" Ansactus" (oggi Valle d'Ansanto) venne celebrato da diversi autori latini, tra cui il celeberrimo poeta Virgilio nell'Eneide (VII Canto, Versi 563-565): "Est locus Italiae medio sub montibus altis, nobilis et fama multis memoratus in oris, Ampsancti valles... Hic specus horrendum et saevi spiracula Ditis Monstrantur, ruptoque ingens Acheronte vorago Pestiferas aperit fauces." Traducendo "liberamente": Esiste nell'Italia centrale un luogo ai piedi di alte montagne conosciuto e famoso dovunque, la valle d'Ansanto... Qui un orrendo speco e gli spiragli di Dite vengono mostrati, e una vasta voragine dove inizia l'Acheronte che spalanca le fauci pestifere." La descrizione della Mefite fatta millenni fa da Virgilio è attualissima: egli parla di "specus orrendum" e di "pestiferas ... fauces", fornendo una descrizione "fedele" del sito. Infatti, il centro delle Valle d'Ansanto è occupato da un'area pianeggiante arida e desolata dal colore grigiastro con chiazze gialle (zolfo), priva di vegetazione. Sotto ad un dirupo, si trova il laghetto detto Mefite, caratterizzato dai gas che provengono dal sottosuolo, che a contatto con l'acqua superficiale, la fanno ribollire, originando delle esalazioni gassose, rumorose e tossiche, in quanto ricche di anidride carbonica ed acido solforico. Vengono creati anche dei vortici e gorghi che inghiottono tutto ciò che vi si getta (per restituirlo, talvolta, dopo tempo totalmente disidratato, come tanti oggetti antichi)

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